Sergio Putzu: Arrastu

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Sergio Putzu e la sua storia

Capita raramente di trovarci sommersi, in una visione di disegni e di colori, da sensazioni ed emozioni, come in una totale epopea dell'umanità, in un racconto senza fine e senza origini, se non quelle di indelèbili impronte originarie, vorrei dire razziali, di epicorii vestigi, arrastus isolani ma continentali, sardi ma universali, dei segni distinti e distintivi di questa nostra terra che però accomunano tutti gli abitanti del mondo fin dai biblici tempi della genesi.

Sergio Putzu imprime queste sue riscoperte impronte vitali nelle sue grandi tele e nei suoi grandi campi di immagini, di figure, di piani, di scritture, di graffi, di memorie, di sentimenti e di richiami intellettuali nel millenario cammino dell'arte. E spazia dall'urlo reiterato di bicornuti guerrieri nuragici in una dimensione grondante di sangue in cui da un'oscura voragine scaturisce e s'annoda e si snoda, s'inanella, s'intreccia e s'insinua, un'entità estranea e negativa, con una smodata voracità, come un complesso cappio di tristezza e di dolore; e, attraverso la sua visione "rossa" dell'Africa e la proposta di elementi lignei che sfuggono agli incastri come e lastre di ghiaccio di Friedrich e della testa equina dagli occhi umani come i cavalli di Géricault e l'inquadratura nella messe del contadino di Van Gogh e l'illuminazione dello squarcio di una profonda ferita, giunge alle visioni di un'infanzia, purtroppo già minacciata dal male dell'esistere, in cui la vita contadina offre un parco pranzo che vien fuori della buccia del ficodindia tra le mani d'amore, sotto la primitiva indispensabile brocca di canna, sa cannuga, la ricchezza del vecchio villaggio come quella ciminiera del paese di tempi più vicini; e approda infine alla raggiunta serenità di una famiglia peruviana, di un bambino che grida la sua pace nel mondo con il viso e il corpo della fame, di un capo indiano d'America che dona il proprio cuore per il suo popolo, all'arte che vola oltre le nuvole con l'omaggio a Ciusa, Nivola e Sciola. Sfiora uno stato di santità con la figura del buon vecchio, "padre Marella" che guarda lontano, con occhi profondi e assorti, sotto un volo di fenicotteri, davanti al tempio. L'artista s'immerge nella sua terra nativa, nella civiltà contadina con il suo trittico monocromo che ha il colore caldo de! sole e del grano, svolto nei tre tempi con l'inquadratura centrale nella quale si rivolgono le altre due con gli sguardi affettuosi dei due cani e se ne allontanano con i! cavallo da una parte e i buoi dall'altra e dove appare come una gemma preziosa il viola dello zafferano, tra la mucciglia povera di una volta e la sperata prosperità delle melagrane. Ecco le impronte che ci mostra Sergio Putzu, le impronte della razza. Razza dunque nel senso di ratio, ossia di ragione e di natura e di gènere. Razza come razza umana, gènere umano, pur con tutti quegli elementi distintivi che ne segnano le differenze, le varietà, nell'unità sostanziale.

Ecco, questa è una di quelle rare volte in cui c'immergiamo nelle emozioni dell'arte. Siamo davanti ai quadri immensi di Sergio Putzu, i dipinti che ci raccontano la nostra eroica vita di uomini di un globo terracqueo in cui lasciamo e custodiamo le tracce de! nostro passaggio, nell'arena come nella pietra, nell'acqua come nell'aria, nel fuoco come nel metallo, nel legno come nella carta, nel vetro come nella plastica, fino a quell'assolutezza interiore che ci separa dal concreto reale in un'astrazione in cui, attraverso l'arte, recuperiamo la nostra esistenza vittoriosa contro i soprusi dell'inganno, dello strapotere, della guerra, del bisogno e della fame, cose che, altrimenti, ci avrebbero sepolti o ci seppellirebbero per sempre.

Questa mostra è un inno alla vita ed è un canto all'arte che ne segue i palpiti, che respira, procede con essa. Sembra cantarci, Sergio Putzu, con le sue note sublimi con cui s'accompagna nel suo tempo, la grande avventura dell'umanità che trionfa con l'arte. E l'arte ha in sé il senso, il significato che le è proprio, di attività dello spirito rivolta alla bellezza, capace persine di corrèggere gli stessi difetti della natura per una sorta d'infusa virtù demiurgica. E questo racconta con le sue rivisitazioni dei grandi dell'arte mondiale che scopriamo con lui che a loro s'ispira con un'idea nascosta o con un espresso "omaggio", nelle sue tele che compongono l'impianto narrativo con corpi michelangioleschi, profili leonardeschi, con suggerite immagini delle cose del presente reale, ciascuna con la sua storia, la bandiera, il grano, la falce, il girasole, la melacotegna, le fette di pane, i fichidindia, le melagrane, i copricapi, le vesti, i nuraghi, i casolari, le carte e i sacchi, incollamenti e graffiti, segni ed incavi, grafismi e scritture, rigature e colature, fogli e disegni, predelle istoriate, briglie e cavezze al vuoto e innesti di nuvole, sogni, astrattezze. E con le sue dichiarazioni a Vincent e a Paui Klee incontriamo Masaccio e Caravaggio e Munch e Kandinsky e Balthus e Boccioni e Balia, con tutti gli altri e con quegli oscuri artigiani indigeni che incidevano e scolpivano sassi e fondevano bronzi. Tutti gli fanno coro nel suo canto alla vita e all'arte che è la vita dell'umanità, per Sergio Putzu: una irrinunciabile necessità.

Villacidro, 1° marzo del 2013

Efisio Cadoni