Donnos paperos

Sardinnia
Typography
  • Smaller Small Medium Big Bigger
  • Default Helvetica Segoe Georgia Times

"Donnos paperos. I cavalieri poveri della Sardegna medioevale" di Barbara Fois - CUEC, 1996.

Erano signori, ma erano poveri. Si chiamavano Donnos paperos e per molto tempo la contraddizione evidente nel loro nome ha fatto disperare gli studiosi.

Dal Bonazzi al Guarnerio, dal Cossu al Paulis. Tracce della loro presenza si sono rinvenute nei documenti della Sardegna medioevale, nei Condaghi soprattutto, ma anche in altri documenti sparsi.  Intorno a queste misteriose figure si sono costruite teorie affascinanti e curiose. Addirittura "strampalate" le definisce Barbara Fois, docente di Antichità e istituzioni medioevali presso la Facoltà di Lettere a Cagliari, in Donnos Paperos da pochi giorni in libreria per i tipi della Cuec.  La studiosa propone una tesi nuova e ricca di fascino: i signori poveri erano in realtà i cavalieri poveri della Sardegna medioevale, legati alla Chiesa riformata. «Un tipo di cavalieri» scrive Barbara Fois, «cristianizzati, destinati a diventare con la svolta cistercense, i cavalieri Templari».  L' ipotesi è documentata con l'analisi delle schede del Condaghe di San Pietro di Silki, il documento in cui più frequenti sono i riferimenti ai donnos paperos, riportata nel libro, arricchito di un nutrito repertorio di note e illustrazioni fuori testo.  Barbara Fois, che riporta nel suo studio le tesi di altri studiosi intorno alla locuzione- la più recente di Paulis afferma che distingua i sardi vinti perciò deboli dai bizantini padroni perciò forti-, dimostra come il modello cavalleresco in Sardegna sia stato importato dalla Chiesa.  «La Sardegna medioevale» scrive la Fois, «è sempre attenta alle modificazioni in ambito ecclesiastico», nei primi secoli del cristianesimo ha dato ben due papi e la corrente luciferina è stata assai forte nel seno della Chiesa.  «La Chiesa riformata nella sua ascesa al potere durante tutto l'XI secolo» aggiunge, «modifica anche la società, le relazioni interpersonali, i modelli comportamentali, perfino la figura del cavaliere che, nata dalle "fratrie d'armi", viene metabolizzata dalla Chiesa, convogliata verso altri compiti e altri ruoli. Ed è così che arriva in Sardegna».